Mi domando come possiamo sopportare ciò che sta accadendo oggi.
Parliamo ancora di guerre.
Parliamo ancora di potere.
Parliamo ancora di governi che promettono crescita mentre intere popolazioni vivono sotto le bombe.
C'è una guerra continua che viene raccontata come soluzione, come sviluppo, come difesa di valori.
Ma troppo spesso sotto la superficie c'è conquista, dominio, controllo.
E allora mi chiedo:
come possiamo essere sereni sapendo che mezzo mondo vive con il rumore delle esplosioni come sottofondo quotidiano?
Alcuni di noi devono persino considerarsi fortunati.
Siamo spettatori. Non protagonisti.
E questa consapevolezza è una colpa silenziosa.
Come si vive con il cuore diviso a metà?
Tra l'urgenza di vivere la propria vita
e il dolore di sapere.
C'è un tempo per ogni cosa.
Un tempo per piangere e uno per ridere.
Un tempo per amare e uno per odiare.
Ma chi decide quale tempo è questo?
Il cuore è una direzione.
Non è fragile: è uno strumento di orientamento.
Anche la paura non nasce per bloccarci. È un campanello d'allarme. Ci tiene vivi.
E allora la vera domanda diventa:
chi sta parlando dentro di noi?
Il cuore o la mente?
La mente analizza, prevede, si protegge.
Il cuore sente, si espone, si muove.
Siamo cresciuti pensando che razionalità e riflessione coincidano con saggezza.
Ma a volte coincidono con immobilità.
Ci tengono fermi su un trampolino, convinti che saltare sia pericoloso,
quando forse è l'unico modo per non restare sospesi per sempre.
Non lasciare che questo dolore resti solo parole. Canalizzalo. Sostieni qualcosa. Studia meglio ciò che ti indigna. Parla con persone che ne sanno più di te. Trasforma l'impotenza in movimento, anche piccolo.
Perché la serenità non arriva ignorando il mondo.
Arriva sapendo di non essere rimasta immobile.
Mi torna alla mente un monaco che ho conosciuto qualche anno fa, durante un ritiro nel suo monastero.
Ricordo il silenzio di quel luogo.
Un silenzio vero, non assenza di rumore, ma presenza piena.
L'odore del legno antico e dell'incenso leggero che si infilava nei vestiti.
La luce del mattino che entrava obliqua dalle finestre, senza fretta.
Un giorno mi disse:
"Oggi ti insegnerò cosa significa l'impermanenza."
Lo disse con una semplicità disarmante. Io mi preparai a qualcosa di solenne, quasi complicato. Immaginavo parole difficili, concetti astratti, forse una lezione sulla sofferenza.
Invece iniziò a raccontarmi di come nasce una farfalla.
Del bruco che striscia lento sulla terra, ignaro di ciò che diventerà.
Del momento in cui si chiude nella crisalide, quando dall'esterno sembra che non stia accadendo nulla.
"È proprio lì," mi disse, "che tutto si scioglie."
Parlò della fatica di uscire dal bozzolo.
Di quanto quella lotta non sia un ostacolo, ma una necessità.
Se qualcuno aiutasse la farfalla ad aprirsi un varco, le ali resterebbero deboli. Non volerebbe mai.
All'epoca rimasi quasi delusa.
Non capivo come un fatto così semplice potesse spiegare un concetto tanto vitale.
Oggi sì.
Perché ora comprendo che l'impermanenza non è solo il cambiamento.
È la trasformazione invisibile che avviene quando tutto sembra fermo.
È la fase che non somiglia ancora al volo, ma non è più ciò che eravamo prima.
E forse, mentre il mondo sembra bloccato nel suo tempo più buio, siamo dentro una crisalide collettiva. L'impermanenza non è una consolazione.
Non è dire "passerà" per smettere di sentire.
È ricordare che nulla è fisso.
Né il dolore.
Né il potere.
Né la paura.
I sistemi cambiano.
Gli equilibri si spezzano.
Gli imperi crollano.
Le ferite si trasformano.
Anche noi cambiamo.
L'impermanenza è ciò che rende possibile la tragedia, ma anche la guarigione.
È ciò che rende possibile la guerra, ma anche la pace.
È ciò che rende fragile la vita, ma anche preziosa.
Se tutto fosse immobile, non esisterebbe speranza.
Come si fa allora a sopportare tutto questo?
Non anestetizzandosi.
Non fuggendo.
Ma scegliendo dove mettere la propria energia.
Non possiamo fermare una guerra da soli.
Ma possiamo non diventare cinici.
Possiamo non perdere la capacità di amare.
Possiamo non lasciare che l'orrore definisca chi siamo.
Nel dubbio, di' sì alla vita.
Non alla distrazione.
Non alla superficialità.
Ma alla tua parte più viva.
Lanciati.
Buttati.
Salvati.
Non perché il mondo sia giusto.
Ma perché è impermanente.
E anche questo tempo, per quanto feroce, non è eterno.