La domanda vera è:
perché proprio quando avevo ottenuto ciò che avevo inseguito per anni,
non mi bastava più?
Per molto tempo ho pensato ci fosse qualcosa di sbagliato in me.
Ogni volta che una versione della mia vita diventava stabile, qualcosa dentro iniziava lentamente a spegnersi.
Quando una versione di me raggiunge il suo limite massimo di crescita, io lo sento.
Fisicamente.
Emotivamente.
Come una stanza che all'improvviso smette di avere aria.
Molte persone interpretano questa cosa come instabilità.
In realtà, spesso, è un bisogno autentico di allineamento.
Esiste però un rischio reale nel mio tipo di personalità, associare la libertà solo al cambiamento radicale.
Ed è per questo che oggi mi osservo molto attentamente.
Perché esiste una differenza enorme tra evolversi e ripartire continuamente per evitare il peso della stabilità.
Sono due movimenti emotivamente opposti.
La mia scelta di Bali e della scrittura non è stata un capriccio.
Ha un significato simbolico fortissimo.
Lasciare una struttura costruita.
Attraversare una trasformazione.
La mia tendenza è sempre stata quella di diventare un punto di riferimento.
Assorbire emozioni altrui.
Sentirmi responsabile del benessere di tutti.
Ma quando lo fai troppo a lungo succede qualcosa, perdi energia creativa.
Inizi a sentirti invisibile.
E un giorno scappi improvvisamente soltanto per respirare.
Non perché non ami chi hai intorno.
Ma perché quel ruolo emotivo diventa troppo stretto per contenerti ancora.
Io non cerco una vita completamente prevedibile o lineare.
Non sarebbe onesto raccontarmi così.
Non è la mia storia.
Eppure, ogni volta, si insinua la stessa paura, cioè che scegliendo me stessa io stia tradendo qualcun altro.
Ma conosco anche l'altra versione di me.
Quella che reprime la propria autenticità fino a diventare emotivamente stanca.
Meno presente.
Meno luminosa.
Meno viva.
E ho capito una cosa difficile da accettare, quando sono allineata con me stessa divento molto più nutriente anche per chi amo.
Non sono al mondo per sacrificarmi fino a sparire.
Ma nemmeno per rompere tutto ogni volta che ho bisogno di sentirmi libera.
E forse è proprio qui la differenza.
Perché questa volta non sono scappata.
Volevo farlo anni fa.
Quando il mondo mi stava crollando addosso.
Mentre pianificavo di sparire, però, sono diventata madre.
Sono passata dall'essere un'imprenditrice incasinata e indebitata a diventare un'imprenditrice implacabile e di successo.
E quando finalmente ero arrivata al picco,
quando uno dei miei sogni si era realizzato,
me ne sono andata.
Ma prima dovevo avere qualcosa da lasciare.
Dovevo costruire.
Quel piccolo fagiolino dentro la mia pancia mi ha tenuta incollata all'asfalto, spalle al muro.
La disperazione ha acceso una vera rivoluzione personale.
Qualcuno la chiama forza.
Forse lo è.
Ma il coraggio non arriva mai gratis.
Fino a poche settimane fa nessuno conosceva davvero la mia vita.
Non i miei genitori.
Non i miei amici.
Nemmeno il mio compagno.
Ognuno conosceva soltanto la parte di me necessaria a quel tipo di relazione.
Poi è uscito il libro.
E adesso sanno.
Sanno che non sono gli unici ad affrontare dolori inconsolabili o questioni apparentemente irrisolvibili.
Che la gioia finisce.
Ma poi ritorna.
Che la vita è preziosa e perfetta esattamente così com'è:
difficile e meravigliosa nello stesso istante.
E che tutto cambia a seconda di chi sei tu,
e del peso del bagaglio che ti porti dietro.
Io ho ricominciato con un bagaglio che pesava venticinque chili.
Tutta la mia vita materiale ed emotiva dentro una valigia.
Perché se vuoi riportarti a casa qualche souvenir da un viaggio così,
ti conviene partire leggera.