← Torna al Blog

25 Marzo 2026

E poi durante quella cena...

E poi durante quella cena...

Di cosa hai bisogno per essere felice?

Progettare? Una nuova casa, una nuova macchina, una relazione soddisfacente.
Un figlio o due, oppure viaggiare per il mondo. O magari tutto il pacchetto completo.

Ma dimmi la verità: dopo ogni obiettivo raggiunto, riesci davvero a sentirti felice?
Quando avrai spuntato ogni voce di quella lista, sarai felice… o forse ancora più vulnerabile?

Da cosa dipendiamo davvero?

Hai costruito così tanto, ci hai messo tutto te stesso, eppure stai sempre rincorrendo qualcosa.
Perché è così difficile vivere il momento esatto in cui siamo?

La vita è fragile, gli equilibri precari.
Ho realizzato che meno possiedi, più diventi forte.
Perché è l'idea di possesso che inquina la mia esistenza.

Ho costruito la mia famiglia, la mia casa, e guardo con fierezza tutto ciò che mi circonda.
Ma ho anche capito che non possiedo nulla di tutto questo.

Non possiedo mia figlia.
Non possiedo la mia famiglia.
Non possiedo ciò che amo.

La libertà sta proprio lì.

Quando smetti di voler controllare tutto, lo stress e l'ansia si sciolgono.
Perché non puoi perdere ciò che non possiedi.
Puoi soltanto amarlo.

Tutto questo l'ho capito davvero solo quando ho perso il controllo.

In realtà l'ho perso tante volte.
Ma qualche mese fa, durante una cena, ho imparato qualcosa.

Mi ero appiccicata un'etichetta addosso per anni, quella di persona capace di comunicare, di entrare in connessione, di capire e farmi capire, quella sera è crollata.

Chi mi conosce lo sa: amo parlare, ascoltare, entrare nelle persone.
Mi specchio negli occhi di chi ho davanti. Cresco lì dentro.
Le parole, per me, sono sempre state casa.

Ma quando vivi in un Paese internazionale, dove la comprensione passa anche da una lingua che non è la tua, quella casa inizia a tremare.

Il mio limite è sempre stato uno: le lingue.

"Ma come? Hai girato mezzo mondo e non le parli?"
No. Non le parlo.
Le ho sempre evitate. Perché siamo bravissimi a evitare ciò che ci mette davvero in difficoltà.

Conoscere una lingua non significa prenotare una cena o chiedere come stai.

Ho vissuto fuori dalla mia zona di comfort per anni, eppure questa cosa, così tecnica e apparentemente semplice, è sempre stata troppo per me.

E sì, studio. Moltissimo.
Ma c'è una parte di cui nessuno parla: le emozioni.

Quando tocchi il tuo limite più profondo, le emozioni esplodono.
Non le controlli più.

Ed è assurdo: la mia più grande dote, comunicare, comprendere, entrare in relazione, diventa il mio limite più grande.

Amo stare da sola, ma amo ancora di più condividere.

I primi mesi a Bali li ho passati in solitudine, ed era quello che mi serviva.
Poi è arrivato il bisogno di confronto, di scambio, di persone.

La vita, o l'universo, sa sempre cosa fare.

A scuola di mia figlia ho conosciuto altri genitori.
Con alcuni ho sentito subito qualcosa, quelle connessioni che non si spiegano, ti passano sotto pelle.

Sono nate frequentazioni, conversazioni leggere, inviti, playdate.

E poi quella cena.

Un tavolo lungo, luci basse, candele accese.
Calici di vino che si riempiono e si svuotano, voci che si intrecciano leggere.

Donne bellissime, curate, presenti.
Una di quelle serate in cui senti che qualcosa si muove.

E io mi sentivo nel posto giusto.

Ascoltavo, osservavo, annuivo.
C'era calore. Apertura. Connessione.

"Dai. Ci sei. Sei dentro. Sei pronta."

E invece no.

A un certo punto la testa si scalda. Le mani sudano.
Capisci quasi tutto, ma quando è il momento di entrare davvero, ti fermi.

Le parole non arrivano. O arrivano sbagliate.

E allora resti lì, a metà.

Perché non puoi usare il cuore.
Devi usare la tecnica. La mente.

E quello che esce non è più tuo.

Non è fluido. Non è naturale. Non è vivo.
Non è poesia.

È sopravvivenza.

E mentre tutto intorno scorre, ride, si apre,
tu ti senti improvvisamente fuori.

Come se fossi presente solo a metà.

E in quel momento capisci.

Che non controlli nulla.
Nemmeno la cosa che pensavi di saper fare meglio.

Quell'etichetta, so comunicare, so arrivare alle persone, ho dovuto lasciarla andare.

E con lei, una parte del mio controllo.

La frustrazione di non poter dire davvero ciò che senti.
Di non poter entrare nelle relazioni come vorresti.
Di sapere che puoi superare quel limite, ma non ancora.

Forse è proprio questo il punto.

Forse non devo solo imparare una lingua.
Forse devo imparare a restare anche quando non sono perfetta.
Anche quando non ho le parole giuste.

Ad ascoltare davvero.

A esserci, senza controllare.

Non possiedo le mie parole.
Non possiedo la mia casa, le mie scarpe, il mio compagno.
Non possiedo nulla.

Eppure ho tutto.

Forse la felicità non è avere di più.
È smettere di trattenere.

E tu… cosa stai cercando di tenere stretto?

Ti è piaciuto questo articolo?

Iscriviti per ricevere i prossimi direttamente via email.

Iscriviti alla newsletter