Aspettando il giorno di luna nuova.. ma forse andrà meglio con la notte di luna piena.
Mi aiuterà, cambierà, porterà via qualcosa e mi restituirà qualcos'altro.
Aspettando che la giornata finisca, che il weekend arrivi, che quella cosa si compia.
Come può essere giusto vivere aspettando qualcosa?
Mi prenderò cura di me aspettando quel giorno speciale?
Sarò splendida in virtù di quella festa, mi preparerò aspettando che arrivi quel giorno?
Perché? Come mai?
Cosa ci sta sfuggendo?
È proprio così che la mia mente canterà?
Ho sempre amato in modo particolare gli eventi e i festeggiamenti.
Non per l'evento in sé, ma per tutto il prima.
Il profumo di festa che si percepisce nell'aria,
il fermento, l'abbondanza di emozioni,
la frenesia di essere ben vestiti e luccicanti.
L'uomo che si sistema la barba e fa il nodo alla cravatta - credo sia uno dei gesti più affascinanti del mondo.
La donna che si spazzola i capelli e si osserva di profilo allo specchio,
come se fosse la prova del nove della sua bellezza.
E poi ci sono i bambini, che espandono felicità da ogni poro della pelle,
non più di ieri e non meno di domani.
Loro non hanno bisogno di aspettare nulla.
Sentono la vita.
Il profumo di felicità è in ogni loro giorno.
Vorrei parlare del qui e ora, e di come solo un'anima spensierata come quella di un bambino, oppure un adulto quasi illuminato, sia in grado di viverlo davvero.
Il fatto è che, in questo periodo storico, se ne parla così tanto che le parole a riguardo hanno perso forza.
Anzi: raggiungere il qui e ora è diventato, paradossalmente, un'altra cosa da aspettare.
Forse l'attesa non è un errore, ma un modo gentile che la vita usa per farci rallentare.
Un varco sottile tra ciò che non è ancora e ciò che sarà.
Nel tempo sospeso dell'attesa qualcosa si prepara in silenzio:
una nuova idea, una pelle che cambia, una verità che matura piano.
Non sempre ciò che aspettiamo arriva come lo avevamo immaginato,
ma arriva, a modo suo, e spesso ci trova diversi.
Ricordo i pomeriggi d'estate, tanti anni fa.
Aspettavo che la mia situazione familiare cambiasse,
che i miei genitori mi accettassero anche con un credo diverso.
E per ingannare il tempo, o forse per sopportarlo, avevo iniziato a scrivere e disegnare.
La situazione non cambiava, e io cominciai ad aspettare di essere maggiorenne.
All'inizio contavo i giorni, poi ho iniziato a vedere i risultati nei miei disegni, nei miei scritti.
Ero sorpresa e incredula di quanta strada avessi fatto.
A un certo punto non aspettavo più nessuno.
Ero io, dentro quei pomeriggi, piena di vita e di pace.
Da allora, ogni volta che mi accorgo di aspettare qualcosa,
mi domando: e se fosse già qui, solo in un'altra forma?
Di certo non ero così consapevole allora,
ma in quegli anni l'attesa si trasformava in qualcosa che aveva un grande senso,
qualcosa che si è poi rivelato fondamentale nella mia vita.
C'è una citazione che mi ha sempre fatto sorridere molto, ma che allo stesso tempo è una grande verità:
"E se l'attesa fosse essa stessa il piacere!?"
Nella filosofia zen, l'attesa non è inattività passiva,
ma un periodo dinamico di preparazione e consapevolezza,
focalizzato sul momento presente.
È l'arte di aspettare con calma,
nutrendo la propria forza interiore
e rimanendo vigili verso il futuro senza esserne ansiosi.
Invece di affrettarsi o preoccuparsi,
si accumula tranquillità,
e si è pronti a cogliere il momento giusto.
E allora mi chiedo:
forse la vera domanda non è cosa stiamo aspettando,
ma chi stiamo diventando mentre aspettiamo?