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28 Agosto 2026

L'etichetta e la colla che resta

L'etichetta e la colla che resta

Il modo più veloce per uccidere una buona idea è chiedere a dieci persone cosa ne pensano.

Mi chiedo spesso cosa succeda dentro di noi quando raccontiamo un progetto a qualcuno e la persona che abbiamo davanti non riesce a vedere quello che vediamo noi.

Non riesce a capire dove vogliamo arrivare.

Non riesce a sentire quello che sentiamo.

E magari, senza nemmeno volerlo, ci restituisce uno sguardo dubbioso, una perplessità, una frase che sembra innocua:

«Sei sicura?»
«Ma secondo te funzionerà?»
«Io non lo farei.»

E improvvisamente qualcosa cambia.

Quella che fino a cinque minuti prima sembrava un'idea bellissima comincia a sembrarci una possibilità stupida.

Un po' come quando stai tornando dalle vacanze e, durante il viaggio, organizzi mille cose nuove: viaggi, eventi, progetti. Hai già stabilito il prossimo itinerario, mentre ti prometti che non trascurerai mai più così tanto lo svago, perché basta un po' di organizzazione e tutto è possibile.

Senti l'energia scorrerti dentro e ti dici: ma perché non ci avevo pensato prima?

Poi arrivi a casa, guardi la posta, parli con un paio di persone e i tuoi progetti si spengono in un secondo. Perdono forza, come una bugia.

Perché la reazione degli altri ha questo potere assurdo, può trasformare un dubbio in una certezza.

E soprattutto può spegnerci.

Io questa sensazione la conosco bene.

Vent'anni fa dicevo che avrei aperto un salone di acconciatura tutto mio. Non tutti riuscivano a vedermi mentre lo facevo.

Anzi, forse nessuno.

Forse perché mi conoscevano.

Forse perché avevano già deciso, senza rendersene conto, chi ero e cosa potevo o non potevo fare.

E quando qualcuno ti conosce da tanto tempo, a volte non vede più la persona che stai diventando.

Vede quella che eri.

La versione di te che ha conosciuto per prima.

Quella timida.
Quella insicura.
Quella che una volta ha fallito.
Quella che «non è capace».
Quella che «non ce la farà mai».

Ci ho messo anni a riscattare quel ruolo. Anzi, il motore era proprio dimostrare agli altri che si sbagliavano.

Ma sei sicuro di voler sprecare tutta quell'energia dimostrando qualcosa a qualcuno?

Tutto quel fuoco che potresti usare per creare e creare ancora, mentre in silenzio trasformi il tuo ruolo e la tua immagine ogni volta che sarà opportuno farlo?

Fallo! E ti prego, fallo in silenzio.

Segui la metamorfosi.

Modella la tua anima, il tuo cuore, la tua mente in virtù della tua crescita e non di quello che gli altri ti suggeriscono di essere.

E mi chiedo quanto sia spessa l'etichetta che ci hanno appiccicato addosso.

E quanto sia andata in profondità.

Perché alcune etichette iniziano in terza elementare e, senza che ce ne accorgiamo, restano con noi sempre.

Qualcuno ci ha detto che siamo troppo sensibili e abbiamo iniziato a vergognarci delle nostre emozioni.

Qualcuno ci ha detto che non siamo portati per qualcosa e abbiamo smesso di provarci.

Qualcuno ci ha detto che non avremmo combinato niente e abbiamo passato anni a cercare di dimostrare il contrario.

E qualche volta quella voce diventa così familiare che finiamo per non distinguere più la nostra voce dalla loro.

Forse è anche per questo che spesso sono gli estranei a fare il tifo per noi.

È curioso, no?

Persone che non ci conoscono possono vedere possibilità che chi ci conosce da una vita non riesce nemmeno a immaginare.

Perché non hanno una storia precedente con cui confrontarci.

Non sanno chi eravamo.

Ci vedono per quello che stiamo provando a diventare.

E oggi, mentre scrivo, penso molto a questo.

Perché non scrivo più con la paura di chi non crederà in me.

Non scrivo pensando a chi potrebbe cercare di affossarmi, a chi potrebbe giudicare quello che faccio, a chi potrebbe pensare che non sono abbastanza brava.

Scrivo per ispirarmi ed essere ispirata.

Per non smettere mai di crescere.

Per non smettere mai di soffrire e gioire subito dopo.

Perché non voglio smettere di perdere, perché quella è la mia vittoria.

Non puoi giustificarti per ciò che vuoi e per chi sei.

Tanto, alla fine, agli altri non interessa davvero.

E chiunque tu sia, andrà bene comunque.

Io sono io e tu sei tu.

Tu hai il tuo modo di vedere il mondo.

Puoi guardare una cosa e non vedere niente.

Io posso guardarla e vedere una strada.

E non è detto che uno dei due abbia ragione.

Semplicemente, non stiamo guardando dalla stessa finestra.

E se ci arrendessimo uno all'altro, creando un grande quadro, apprendendo un grande sapere?

Perché più versioni possono coesistere.

Non ho mai capito perché le persone finiscono per farsi male.

E spesso non è cattiveria, o invidia, o rabbia…
ma ferite che si scontrano
come lame affilate.

Uno vuole essere visto e l'altro non vuole essere attaccato.

Ma in fondo siamo come bambini feriti che lottano per sentirsi al sicuro.

La verità più dura?

Finché non abbiamo guarito ciò che ci portavamo dal passato, il presente è un campo di battaglia.

Quello che cambia TUTTO è vedere le nostre ferite e le nostre paure per quello che sono.

In fondo, quello che chiedi è che le persone che contano facciano il tifo per te.

Presenza, non perfezione.

La consapevolezza è la grande guaritrice.

Semplice così.

Se sei nel tuo percorso di crescita, questo ti scuoterà.

Perché non si tratta di cambiare persone.

Si tratta di cambiare coscienza.

Perché quando cambi coscienza, non reagisci più per difenderti… rispondi per costruire.

Non urli per essere visto.

Non scappi per paura di non essere abbastanza.

Resti.

Ascolti.

Ti assumi la responsabilità delle tue ferite.

E smetti di chiedere all'altro di guarire quello che solo tu puoi trasformare.

Quindi forse dovremmo smettere di chiedere a dieci persone cosa ne pensano.

Non perché gli altri non possano darci consigli preziosi.

Ma perché dobbiamo imparare a distinguere un consiglio da una sentenza.

E soprattutto dobbiamo smettere di consegnare agli altri il potere di decidere quanto vale ciò che vediamo.

Perché alcune idee hanno bisogno di essere raccontate.

Altre hanno bisogno di essere protette.

Soprattutto all'inizio.

Quando sono ancora così fragili che basta uno sguardo sbagliato per farci dubitare di loro.

E allora forse la domanda non è più:

«Cosa ne pensi?»

Forse la domanda è:

«Io cosa ne penso?»

E soprattutto:

tu cosa vuoi fare?

Continuare a vivere dentro l'etichetta che qualcuno ti ha appiccicato addosso?

Oppure provare, finalmente, a staccarla?

Anche se sotto rimane la colla.
Anche se fa male.
Anche se qualcuno non ti riconoscerà più.

Forse è proprio questo il prezzo da pagare per diventare qualcuno che gli altri non avevano previsto.

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