Quando sono arrivata a Bali, quasi tre mesi fa, la prima cosa che ho fatto è stata comprare un tappetino da yoga. Non solo: anche due completini fantastici, quelli che ti fanno sembrare pronta a raggiungere l'illuminazione solo indossandoli. La seconda cosa che ho fatto è stato l'acquisto di una cuffia da nuoto e di occhialini specchiati meravigliosi. Ah, che stolta! Come se fossi venuta qui in vacanza, munita di costumi e crema solare. Ma figuriamoci! Non ho portato nemmeno la crema viso.
Io e Marco abbiamo deciso di fare i viaggiatori smart e trasferirci dall'altra parte del mondo con una valigia a testa. Venticinque importantissimi chili ciascuno. Quella della Picci conteneva Barbie, outfit per le Barbie e prodotti per il make-up. "Mamma, tanto i vestiti carini li vendono anche a Bali". Quella di Marco è quasi scontata: pc, secondo pc, macchina fotografica, flash, obiettivi e congegni elettronici a me sconosciuti. Chiaramente, per la mia ho dovuto fare una difficile selezione. Mettere la mia vita in una valigia è stato difficile. Dopodiché non ho più avuto dubbi: i miei diari e i miei vestiti più carini sarebbero venuti con me. Certo, se avessi pensato di portare anche un paio di scarpe la vita sarebbe stata più semplice. E se mi fossi portata una borsa, mi avrebbe fatto comodo.
Ma su quest'isola puoi fare qualsiasi cosa con le Birkenstock: mare, passeggiate, cene, aperitivi. In quanto alla borsa, si risolve recuperando quella per il mare: va bene per qualsiasi tipo di attività.
Il piano era semplice: praticare ogni giorno, mantenere la costanza, integrare lo yoga e il nuoto nella mia nuova vita come nella vecchia. Trovare una piscina e iscrivermi a qualche corso per mantenere ciò che avevo imparato con tanta fatica. Non volevo e non potevo mollare. Sapevo che se avessi perso le mie abitudini mi sarei persa anch'io. Ed ecco qua: nel giro di due settimane ero completamente persa.
Perché niente di quello che scegliamo di fare è fine a se stesso. Ogni cosa ha un senso. Per questo spesso privarsene è così difficile.
Quando lo yoga è entrato a far parte della mia vita non era solo ginnastica. Era come praticare una preghiera a ogni lezione. Mentre il mio maestro mi insegnava a respirare, io non riuscivo più a fumare. Non potevo più inquinare il mio corpo consapevolmente. Anche la mia alimentazione diventava ogni giorno più consapevole.
Quando il nuoto è entrato nella mia vita è stata una svolta ancora più grande. Non ho mai saputo nuotare. "Ma tu quando vai al mare cosa fai?". Che domande orticanti… "Prendo il sole e ordino un drink".
Sul rapporto con l'acqua si potrebbero aprire fiumi di analisi e discorsi, ma non è questo il punto. Il focus è il mio desiderio costante di saper nuotare: me lo immaginavo come volare, un sintomo di libertà e forza. Il giorno in cui ho deciso che avrei preso lezioni di nuoto sono corsa al Decathlon. Temevo e sapevo che avrei potuto cambiare idea velocemente. In meno di mezz'ora sono uscita dal negozio con tutto il necessario, compresa una discutibile cuffia brillantinata, mi sono diretta in piscina e… niente, la motivazione non era stata abbastanza. Mi ci sono voluti due anni per trovare il coraggio di fare quell'iscrizione.
La prima lezione non si scorda mai. Mani sudate e gambe tremanti, ero nello spogliatoio aspettando che scoccasse il minuto esatto dell'appuntamento con l'insegnante, finché: "Sei tu Marcella? Cosa ci fai lì?? Dai dai, vieni con me in vasca!". Solo pochi potranno capire il turbinio di quelle emozioni spaventose e travolgenti. Al termine della prima lezione l'insegnante mi dice: "Brava! Il fatto che tu non abbia paura ci aiuterà molto". Non ho avuto il cuore di dirle che avrei pianto volentieri e che mi sarei disperata già dal bordo piscina, fuori luogo a quarant'anni suonati. Quel giorno, uscendo, mi sembrava davvero di volare. Ero felice come non ricordavo di poter essere.
Cominciai a frequentare i corsi due volte la settimana. Non ero diventata improvvisamente spavalda, perché mi ci volevano prima dieci minuti di meditazione per non andare in panico in acqua. Stavo cavalcando una delle mie grandi paure insieme a un gruppo di persone magnifiche. Quanto mi sentivo fortunata. Il nuoto, come lo yoga, non è mai stato solo un'attività. Aveva un valore molto più profondo.
Una volta arrivati qui ero troppo impegnata a capire cosa stessimo facendo, dove avremmo dormito, come avremmo vissuto. Qui ho usato quel tappetino tre volte. Oggi è stata la quarta. Non era solo lezioni saltate: le mie attività erano la guida che mi ero creata e ora dovevo ritrovare l'equilibrio con ciò che avevo imparato da esse senza seguire "la riga gialla".
Sì, me lo puoi chiedere: "Ma chi te l'ha fatto fare?". La sete! È facile andare via quando tutto va storto. Noi non siamo scappati di casa. Ce ne siamo andati senza sbattere la porta, mentre tutto era quasi perfetto. Quel "quasi" lì è la risposta. Magari non per sempre, ma sicuramente fino a quando avremo bisogno di una nuova rivoluzione.
Il cambiamento non è iniziato qui: noi siamo il cambiamento, perché la vita è in costante mutamento. Noi ci illudiamo di essere ben assestati, ma siamo come foglie al vento: all'inizio spaventa, poi ci accorgiamo che ci solleva. Ci libera.
Scrivendo La Strada (il mio primo libro) ho capito che il cambiamento non è mai stato una punizione, ma un dono. Ogni volta che mi sono trovata davanti a una scelta, ho imparato che dire "sì" alla mia autenticità era come aprire una porta su un mondo nuovo.
Significa lasciare andare ciò che non risuona più e avere il coraggio di camminare in direzione di ciò che ci fa vibrare. Imparare ad ascoltare quel piccolo battito dentro che ci dice: "Qui c'è vita". Non porta via: aggiunge. Porta nuove persone, nuove esperienze, nuove possibilità. Porta nuova energia. E forse la verità è semplice: non c'è crescita senza movimento. Non c'è gioia senza trasformazione. Il cambiamento è la prova che siamo vivi.
Sono malinconica? Certo che sì! Tantissimo! Mi mancano i miei amici che non sanno mai dove andare a cena il sabato sera. Mi mancano le mie preziose clienti, un tempo la mia linfa. Mi manca il cappuccino del mercoledì mattina con il mio socio e il pranzo del lunedì con le mie amiche. Mi mancano gli abbracci e le chiacchierate intense fatte di risate e lamentele. Quella complicità che riesci a trovare solo dove riesci a lasciarti andare davvero. Perché di questo si tratta. Non è questione di "qui mi conoscono tutti da sempre" o "qui è casa mia", ma piuttosto è: sei pronta a lasciarti andare ovunque tu sia?
Addio comfort zone. Dobbiamo scoprire chi siamo diventati e chi potremo essere. Arriva il lavoro vero. Non avrebbe avuto alcun senso questo lungo viaggio se avessi continuato a fare le stesse cose che facevo prima. Almeno non subito. Lasciare ciò che è conosciuto, anche se apparentemente soddisfacente, per cercare qualcosa di più autentico. Il nostro compito ora è scoprire il potere creativo, la nostra voce, la nostra capacità di manifestare da zero. Bali non ti regala sicurezza esterna: ti costringe a crearla, mettendo in campo i nostri talenti, la nostra energia, senza appoggiarci più solo al contesto.
Perché la verità è che non servono tappetini nuovi, né outfit perfetti. Serve il coraggio di mettersi lì, anche dopo settimane di rimandi, e dire: oggi sì. Oggi mi occupo di me.
Intanto, la mia vita qui è un po' surreale: mi alleno a conversare in inglese con l'intelligenza artificiale, studio indonesiano con Duolingo e non sono ancora riuscita a farmi capire nemmeno dalla mia housekeeper, che continua ad annuire e sorridermi perché è troppo gentile per dirmi che non azzecco una parola.
Ed è buffo come tutto si mescoli: tecnologia, lingue, culture, disciplina che fatica ad arrivare. Eppure, dentro questo caos, oggi ho trovato un punto fermo. Sono io la mia guida.