Mi ero messa carina.
Calzoncini di jeans, canotta morbida e un kimono bianco e nero meraviglioso che mi scivolava addosso.
Ero pronta, mi sentivo bene: quella mattina sarei andata a fare la patente.
Per fortuna i miei amici dovevano rinnovarla, così avevamo deciso di andare insieme.
Prendo il telefono per inserire l'indirizzo su Google Maps, anche se la strada la conoscevo già, la sicurezza non è mai troppa.
Nel mentre, arriva un messaggio:
"Metti una maglietta bianca, ti faranno la foto per il documento."
E che cazzo.
Mi spoglio e provo tutto quello che ho di bianco. Sbuffo.
Non mi sento più figa, ma cerco di ritrovare un minimo di entusiasmo dentro una blusa bianca fluida e leggera all'apparenza, ma pesante e terribilmente sintetica nella realtà.
Non ho tempo di disperarmi per l'outfit: avevamo un appuntamento alla polizia di Canggu, e già questo bastava per farmi sentire intimorita.
Andiamo in motorino, e fa talmente caldo che le cosce mi si appiccicano alla sella.
La blusa, più sintetica del mondo, mi stava uccidendo, e la crema viso che avevo massaggiato con tanto amore e con un attrezzo di quarzo, si stava letteralmente sciogliendo trasformandomi in una versione lucida di me stessa, quasi satinata.
Il preludio perfetto per scattare un'orribile fototessera.
Entriamo. Gli uffici non sono peggiori di quelli italiani, e dopo cinque minuti mi rendo conto che tutti parlano solo indonesiano.
Mi sorprendo a sperare che qualcuno mi parli inglese.
Mi siedo e aspetto il mio turno.
Una poliziotta controlla i miei moduli online e mi dice: "Please check your address."
Wow. Parla inglese!
Mi sorprendo di nuovo per il sollievo che ho provato, come se d'un tratto fosse la mia lingua madre.
Subito dopo mi prende le impronte digitali e poi mi dice: "Are you ready for picture?"
Cacchio, la foto.
Ero lucida, i capelli crespi, il mascara sciolto.
Three, two, one… scattata!
Gira lo schermo verso di me e, con fare adulatorio, dice: "Is good, ya."
Nella mia mente ho pensato: ma sei pazza? good cosa!?
Nella realtà ho sorriso: "Ya, ya."
C'erano diversi step, piccoli cubotti uno dopo l'altro, e ancora oggi non ho capito a cosa servissero.
A un certo punto, affacciandomi in uno di questi, ho visto uno dei miei amici non davanti alla scrivania, ma dietro.
Aveva praticamente preso possesso della postazione del poliziotto, che nel frattempo era rimasto seduto di lato, come un ospite nella propria casa.
Lui, in piedi, con fare da maestrina, gli stava spiegando in indonesiano come compilare correttamente i dati.
Ogni tanto si voltava verso di lui, con quell'aria da insegnante paziente che controlla se l'alunno ha capito, mentre il povero agente annuiva obbediente, visibilmente confuso ma troppo gentile per opporsi.
Io, sudata e divertita, cercavo di mantenere il contegno fingendo serietà, anche se dentro stavo ridendo come una matta.
La blusa appiccicata addosso, i capelli già ribelli per l'umidità, e quella scena davanti a me che sembrava scritta da un regista con molto senso dell'umorismo.
Ancora adesso, quando ci ripenso, mi viene da ridere da sola per la comicità di quel momento: il mio amico, maestrina improvvisata; il poliziotto, allievo disorientato; e io, lì in mezzo, testimone lucida e un po' sudata del caos perfettamente balinese.
Alla fine ci hanno consegnato le patenti, e siamo usciti ridendo, confrontando chi avesse la foto peggiore. Credo di aver vinto io.
Forse certe esperienze servono proprio a questo: ricordarti che anche quando cerchi di fare le cose "per bene", la vita ti scompiglia i capelli, ti fa sudare, e ti regala una scena che non dimenticherai più.
Un piccolo disastro tropicale che, a modo suo, ti rimette al tuo posto: viva, imperfetta, vera.