A volte la paura è un bene prezioso: ci avvisa, ci mette in guardia. Ci impedisce di scottarci e di farci male cadendo.
Altre volte, però, diventa un autosabotaggio. Un nascondiglio perfetto per evitare noi stessi.
Per anni ho pensato che il timore più grande dell'essere umano fosse morire. Oggi credo che sia un altro: incontrare se stesso.
Sono cresciuta in una società dove correre è sinonimo di sopravvivenza, produttività, crescita. Corri per occuparti della tua famiglia, della tua casa, del tuo lavoro. Corri per costruire, per creare, per dimostrare. Ti racconti che lo fai per motivi nobili, e spesso è vero, ma intanto la vita prova continuamente a rallentarti. Ti offre pause, stagioni, silenzi. Occasioni per guardare dentro di te. Per evolvere. Per riconoscere quanta divinità c'è già dentro di te.
Quanti di noi lo fanno davvero? Senza costrizioni, senza che sia un imprevisto a obbligarci?
La natura è giusta e paziente, dolce e amorevole. Eppure ci costa talmente tanto fermarci che riempiamo ogni singolo istante. In alcuni Paesi, come quello da cui provengo, esiste l'inverno per questo: per rallentare, per osservare, per vedere chi siamo quando non siamo impegnati a fare.
E nonostante questo, opponiamo resistenza. Finché fermarsi non diventa una costrizione. Finché non arriva un impedimento vero. Perché il senso di minaccia è così radicato che, invece di elaborare i nostri pensieri e le nostre emozioni, preferiamo riempirci di stress o scivolare in stati di esaurimento che chiamiamo "normalità".
Bali non è Milano. La vita è più lenta. Le persone arrivano da tutto il mondo. I respiri sono più profondi, i pasti più lunghi, gli sguardi più intensi. Eppure, negli occhi della gente, riconosco la stessa tensione. Riempiamo le giornate come se restare fermi fosse una colpa.
Qui non esiste l'inverno. Ma esistono giorni in cui la pioggia decide per te.
Ieri ero a Nusa Penida, in mezzo a una foresta bagnata e silenziosa. Niente barca, niente templi, niente programma rispettato. Solo acqua che cadeva ostinata e sentieri diventati fango. Non potevo correre da una parte all'altra. Non potevo ottimizzare la giornata. Non potevo fare altro che restare.
Ho mangiato un nasi goreng e ho scoperto che l'hotel, misteriosamente, era sprovvisto di tempeh e tofu. In una realtà come Bali, dove sono praticamente pane quotidiano. Nusa Penida è riuscita nell'impresa di rendere complicata la mia vita da vegana. Un piccolo dramma esistenziale, lo ammetto.
Ma in compenso mi è stato servito un ottimo Sauvignon. Cosa rara, da queste parti. E ancora più raro: persone autentiche intorno a me. Abbiamo iniziato parlando di sciocchezze, di dettagli insignificanti, di viaggi. Poi, senza accorgercene, la conversazione si è fatta più profonda. Abbiamo parlato di scelte, di libertà, di quanto sia un dono poter vivere senza sentirsi schiacciati dai condizionamenti e dal senso di colpa.
Seduta lì, con il bicchiere tra le mani e la pioggia che non dava tregua, ho sentito qualcosa allentarsi. Non dovevo dimostrare nulla. Non dovevo produrre nulla. Non stavo perdendo tempo.
Stavo semplicemente restando.
E forse è proprio questo che evitiamo quando continuiamo a riempire le nostre giornate: quello spazio in cui non siamo definiti da ciò che facciamo, ma da ciò che sentiamo.
In queste settimane mi sono raccontata che non avevo tempo di scrivere. Le revisioni del libro, l'uscita imminente, la famiglia, la scuola della bambina, la banca, il commercialista, i documenti. Tutti impegni legittimi.
Poi sono bastati due giorni di pioggia e un hotel senza tofu per farmi capire che non era il tempo a mancarmi.
Era il coraggio di fermarmi.
E allora mi chiedo:
quanto paghiamo, ogni giorno, pur di non restare soli con noi stessi?