C'è un filo invisibile che ci lega. A volte è sottile come un soffio, quasi impercettibile, eppure non si spezza mai. Possiamo ignorarlo, voltare lo sguardo, fingere di non sentirlo vibrare. Ma lui è lì, costante, a ricordarci che non siamo isole.
Lo percepiamo nei dettagli che sembrano banali ma che, se ci fermiamo, si rivelano preziosi: nello sguardo che ci riconosce tra mille, nella mano che ci solleva quando cadiamo, nella voce che, con poche parole, sa asciugare un dolore che non sapevamo nemmeno nominare.
Ricordo una sera d'estate, quando ero bambina. Tornavo in bicicletta con mia madre lungo una strada sterrata. L'aria era calda e densa, i campi di grano brillavano sotto l'ultimo sole e il mondo sembrava immobile. Lei, per distrarmi dalla fatica, iniziò a raccontarmi di una famiglia di grilli. Mi disse che ogni notte, sotto la luna, si radunavano per fare musica insieme e che per questo li sentivamo sempre cantare. Io chiusi gli occhi e, per un attimo, mi parve di sentirli davvero. In quel momento capii che quella canzone non apparteneva solo a loro, ma anche a me. Eravamo dentro lo stesso respiro, dentro la stessa storia.
Eppure crescendo impariamo a costruirci muri. Ci convinciamo che basti occuparci dei nostri bisogni quotidiani, delle nostre corse, dei nostri silenzi. Ma la verità è che non possiamo mai separarci davvero: ciò che accade all'altro ci tocca, inevitabilmente. Se tu stai bene, io lo sento. Se tu stai male, mi riguarda ancora di più. Perché nessuno è fine a sé stesso, nessuno cammina davvero da solo.
Ci sono persone a cui la vita sembra sorridere sempre ed è la prova che il benessere esiste. E anziché allearci a questa realtà, sembra più facile giudicare quelle persone, soffocando nell'invidia e nei piagnistei: "piove sempre sul bagnato", "è nato fortunato". Certamente, il luogo e la famiglia in cui nasci possono essere d'aiuto, ma la differenza vera la fai tu. Tu decidi chi vuoi essere. L'invidia ti distrae e ti allontana dal focus: la felicità. Tutti la cerchiamo e tutti ne abbiamo bisogno.
Ieri sono andata a prendere la Picci a scuola e mi dice: "Mamma, posso fermarmi un po' al parco a giocare?". Che bello vedere i bambini felici che giocano insieme, pensavo io da povera ingenua.
Mi ritrovo ad assistere a una scena. Emma va da una bambina e le chiede:
"Ehi Lia, can I play on the swing now?"
"No, the swing is mine!"
"Come on, let's share, five minutes each?"
"I said no."
La Picci se ne va imbronciata, e subito dopo un altro bambino, che chiamerò Edo, si avvicina a lei e le dice:
"Emma, I've already played, go on my swing."
Finalmente riesce a salire sull'altalena sorridendo a Edo. Guardandola meglio mi accorgo che non era davvero felice. Aveva l'espressione imbronciata e triste per come si era comportata Lia che, nel frattempo, vedendo Emma andare via, stava già lasciando il gioco con l'aria soddisfatta. A quella bambina non importava stare sull'altalena: le importava che non ci salisse qualcun altro.
È chiaro che in quel momento la mia parte saggia è andata a farsi fottere e, da madre, avrei voluto prendere Lia e lanciarla dall'altra parte del parco. Per fortuna è stato un solo un pensiero passeggero.
Tutto questo mi ha fatto riflettere. Come potrei definire questo comportamento? Sono solo capricci da bambini? Oppure sono i primi sintomi di possesso e avidità?
Probabilmente si sarebbe comportata così anche mia figlia, per questo ogni giorno cerco di insegnarle questo concetto: la condivisione è vitale e nel farlo ho capito che non servono grandi discorsi, servono dimostrazioni. Il segreto è iniziare da me, per mostrarle l'esempio, finché un giorno non le entrerà nel cuore.
Fin da piccoli ci educano così: "non fartelo portare via", "pensa a te", "gli altri si arrangiano", "non farti fregare". Quanta ostilità. Cosa ci dovrai mai fare con tutte queste cose tue? Ma dove ci devi andare? Cosa resterà di te nel mondo? Un'altalena con scritto il tuo nome?
Nella condivisione potresti rischiare di essere felice. Tu ti specchierai per tutta la vita nel prossimo, e anche se non lo ammetterai mai, questa è la natura. Quel prossimo di cui magari hai pensato: "morte tua, vita mia".
"Figurati se un mio atteggiamento può cambiare il mondo."
Sì, sì e ancora sì!
La mia carta lanciata per terra fa la differenza tanto quanto un palazzo abbattuto. I miei piccoli gesti si sommano ai tuoi e ai suoi.
Lo so, sembra faticoso, a volte è anche doloroso.
Chi pensa a se stesso non è una brutta persona. Spesso chi lo fa si protegge inconsapevolmente da qualcosa che gli farebbe troppo male vedere. Come una madre che ha il figlio tossicodipendente ma mente a se stessa, fingendo di non vedere perché è un dolore che non potrebbe sopportare.
Ci sono persone che vivono nella tragedia, interi popoli costretti a scappare da guerre e sofferenze. Eppure noi non riusciamo ad accoglierli e ad alleggerirgli il carico, questo sistema malato e corrotto li ospita in modo subdolo. Prima li accoglie e poi ci manipola e ci educa a cacciarli: "loro ci portano via il lavoro, loro mangiano con i soldi delle nostre tasse".
Ma per cortesia!
Da dove arriva tutta questa rabbia e questa avversione? Resto ancora più perplessa quando sento questi discorsi da persone che, in primis, hanno vissuto sulla loro pelle razzismo e discriminazione.
Sui social siamo tutti evoluti e futuristici, e poi a casa ci litighiamo ancora l'osso!? Sono i nostri governanti i carnefici, gli altri popoli sono vittime almeno quanto noi.
Ammiro chi riesce ad aiutare prendendo la situazione di petto. Io non guardo il telegiornale da anni: troppe tragedie da digerire e il mio cuore non le regge. Ci vuole un grande coraggio per alzare la testa e affrontare tutte le situazioni di questo mondo. Una volta sono entrata in un orfanotrofio e ho pianto una settimana. Mi tremano le gambe e il cuore quando penso alle realtà che esistono. Il contatto diretto mi distrugge. È la mia parte egoistica, il mio retroscena, qualcosa su cui cerco di lavorare da sempre.
Le frasi che cercano di zittire il dolore "ad altri va peggio" non sono carezze, ma pietre. Il dolore non si misura a confronto, non conosce confini. Così come non li conosce la gioia: la risata di un bambino che non abbiamo mai visto può scaldarci il cuore quanto quella di chi amiamo. Perché il confine tra me e te è un'illusione. Gli altri siamo noi, lo cantava Tozzi, e lo sappiamo ogni volta che qualcosa di lontano continua a vibrare dentro di noi.
Essere uno non significa annullare la nostra unicità. Vuol dire riconoscere che la mia vita trova eco nella tua, che la mia pace dipende anche dalla tua. Siamo radici intrecciate nello stesso terreno, rami che si piegano sotto lo stesso vento, scintille di una fiamma che non si spegne.
Lo scorso anno, per Natale, una cara amica, parte di quello che era il mio staff, mi ha regalato una tazza stampata. Davanti c'era il logo del nostro team e dietro c'era scritto: tutti siamo uno e uno siamo tutti. Quella frase che le dicevo sempre, quasi come fosse un mantra ma con il suono di una raccomandazione, quel giorno lei la stava dicendo a me. Aveva capito, mi fu chiaro che il suo cuore aveva ascoltato. Sembrava un banale scambio di regali, ma quel Natale qualcosa nel nostro team è cambiato. Nessuno di noi è più rimasto solo.
In quel ricordo vorrei ispirarmi e ispirarvi: forse impareremo a prenderci cura del mondo con la stessa attenzione con cui ci prenderemmo cura della nostra casa, del nostro corpo, del nostro respiro. Perché il mondo siamo noi. E ciò che salviamo fuori, lo salviamo anche dentro.
E tu, quale piccolo gesto puoi fare oggi per ricordarti che non sei solo?